Salvezza per opere o per redenzione?

 

Autore: Alfio Bosco 

Il termine “salvezza” significa liberazione. Quando si parla di salvezza, occorre sapere da che cosa bisogna essere salvati. Molti sono i casi indicati dalle religioni lungo i millenni nei quali bisogna essere salvati; i principali sono i seguenti:

  1. Dalla morte (dal nulla in quanto ultima evenienza del nostro destino);
  2. Dal diavolo (il nemico primordiale del genere umano);
  3. Dall’io (dall’impura volontà di appropriazione e di egoismo che è dentro di noi);
  4. Dal mondo (dallo stato di corruzione e di dolore nel quale nasciamo);
  5. Dalla punizione di Dio (dal castigo che egli fa gravare sugli uomini);
  6. Dalla Legge (dall’obbligo impossibile di adempierla, che genere angoscia);
  7. Dal peccato (dal male che noi stessi facciamo).

Secondo il libro di Ec (7:20) e la lettera ai Rm (3:10-12), il caso più sostenibile dal quale bisogna essere salvati è l’ultimo: Dal peccato, ovvero dal male che noi stessi facciamo.

L’umanità è universalmente contaminata dal peccato, la nostra mente si è oscurata, e non c’è un uomo giusto sulla terra, tutti sono sviati e corrotti.

La ragione della salvezza risiede nel fatto che tutti gli uomini sono separati da Dio a causa della loro colpa morale, ed hanno bisogno di essere liberati non dal concetto moderno che va sotto il nome di “senso di colpa”, ma dalla vera colpa morale al cospetto del Dio santo, infinito e personale (Rm 5:12; Gn 2:15-17; 3: l-19).

Il tema della salvezza ha una sua centralità in tutte le religioni, ma il mezzo per arrivarci è diverso da una religione all’altra. Per esempio:

  1. Nella teologia induista, buddhista e nelle religioni cinesi la “salvezza” si ottiene con l’abbandono dei desideri mondani (ascetismo), fino al raggiungimento della pacatezza.
  2. L’ebraismo e l’islamismo insegnano, invece, che la “salvezza” si ottiene con l’ubbidienza e la pratica della Legge divina (Es 12:17).
  3. Per il cristianesimo la “salvezza” si ottiene solo per “redenzione” (Gv 3:16-18; Rm 3:19,20; 5:1,2).

I termini: “salvezza” e “redenzione” sono spesso usati come sinonimi. Si tratta di un errore, peraltro non piccolo, perché la “salvezza” è la meta, la redenzione – che letteralmente significa riscatto o riacquisto – è il prezzo da pagare per ottenere la salvezza.

Nel primo caso la figura teologica decisiva sarà un maestro – Buddha, Confucio -; nel secondo, un legislatore e un profeta – Mosè, Muhammad -; nel terzo, un redentore – Cristo -(Mt 1:21-23; Gal 1:4; Ef 2:8).

In nessun modo gli esseri umani, in base ad una concezione biblica della giustizia divina, possono pretendere la salvezza per meriti. La salvezza è un atto della grazia di Dio, mediante il quale i peccatori sono messi in grado di ottenere la redenzione, perché qualcun altro ha pagato per loro (Rm 3:21-28-31; Gal 2:16).

Avendo ottenuto la salvezza per redenzione, alcuni sostengono in base al passaggio biblico di Rm 6:14,15 che la Legge non ha nessun valore e non va più osservata. Il pensiero dell’apostolo Paolo è molto diverso ed ha un senso profondo e ben preciso. Paolo spiega che il ruolo della Legge (come percettore o insegnante) è stato quello di far conoscere il peccato. Senza la Legge nessuno avrebbe mai conosciuto la concupiscenza. Venuta la grazia, siamo stati liberati dal peccato e non siamo più sotto la Legge (Rm 7:711; Gal 3:24).

La Legge non ha nessun potere se non quello di indicare il bene e il male e scuotere le coscienze.

L’apostolo sostiene che la Legge è santa e il comandamento è santo, giusto e buono e che la Legge è spirituale (Rm 7:12,14). La giustizia rimane sempre giustizia di Dio, il credente deve praticarla ed essere un suo strumento (Ef 5:3,4).

Dio considera giusto l’uomo in funzione di una fede che agisce, come d’altronde fu riconosciuto ad Abramo per ciò che fece avendo creduto in Dio (Gv 14:15; 15:3-5). Quindi, nell’economia della salvezza non esiste una fede senza opere e opere senza la fede (Gc 2:14-26).

Gesù ha la consapevolezza di essere venuto per un disegno di tale ampiezza che esprime l’amore infinito di Dio e apre nuove vie per la salvezza non solo del popolo d’Israele, ma di tutta l’umanità. Egli garantisce che nemmeno una parola, anzi nemmeno una virgola, sarà cancellata dalla Legge di Dio, e garantisce l’importanza della Toràh e la sua validità fino al suo ritorno, tranne le Leggi cerimoniali, riferite al tempio, al culto e al sacerdozio, nonché le leggi civili che regolavano la vita pratica degli ebrei.

Il contenuto del “nuovo patto” o nuova alleanza non comporta l’abolizione della Legge di Dio, ma la sua conferma e quindi la continuazione e l’espansione tra le molte stipulazioni di alleanza di Dio con Noè, con i Patriarchi e con il popolo d’Israele avvenuta sul monte Sinai, e prende vita con il sacrificio di Gesù Cristo e la sua resurrezione (Mt 5:17-20; Lc 22:19,20; 1Cor 11:25). La novità sta nel fatto che il patto di Dio fatto con Israele consisteva nella Legge di Dio incisa su tavole di pietra, scritte con il dito di Dio, mentre il “nuovo patto” consiste nella Legge di Dio “scritta nei nostri cuori”, “messa nelle nostre menti, quindi”, di spirito” (Ger 31:31-33; Eb 8:10). Come spiega bene l’apostolo Paolo in 2Cor 3:3, la differenza sta tra la scrittura incisa e quella dello spirito.

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